lunedì 5 dicembre 2011

NEGRARIZZAZIONE IN VALPOLICELLA: INTERVISTA A GABRIELE FEDRIGO

Preoccupati dal fatto che il fenomeno sta dilagando in tutta la Valpolicella, Quattropagine intervista Gabriele Fedrigo, l'autore di Negrarizzazione (QuiEdit edizioni).


La negrarizzazione sta procedendo spedita anche a Sant’Ambrogio di Valpolicella, erodendo pezzi di collina, terreni che pochi anni fa erano vitigni, e disastrosi PIRUEA. Una situazione comune a tutta la valle?
Per vedere come sta galoppando a tutta velocità la negrarizzazione nel comune di Sant’Ambrogio è molto utile utilizzare Google Earth. Le immagini satellitari mostrano drammaticamente il livello di consumo del territorio fagocitato da nuove lottizzazioni del tutto sganciate dai bisogni legati all’andamento demografico della zona. Ma i dettagli critici sarebbero moltissimi da discutere. Sicuramente Sant’Ambrogio ha assestato durissimi colpi al patrimonio paesaggistico ereditato dalle precedenti generazioni. La qualità e la quantità del costruito fanno inorridire.

Un esempio su tutti: la moda dei pastiche pseudo-palladiani-tirolesi nei nuovi quartieri del paese rappresenta un vero e proprio insulto estetico. Ma la situazione rimane critica in tutta la Valpolicella, con puntuazioni di scasso paesaggistico ormai irreversibili. Anche nel Comune di Marano, dove il processo di lottizzazione del territorio nella fascia medio alta è stato relativamente sotto controllo, si assiste da una parte al fiorire di ‘villini’-depositi degli attrezzi (forse in attesa che qualche cambio di destinazione d’uso abbia la meglio), dall’altra si vede come lo sfregio ‘regalato’ a Marano da Negrar (parlo della grossa lottizzazione Perusi Sante denominata ‘I Toari’ - approvata dall’allora amministrazione Zantedeschi Giampaolo nel 1997) abbia deturpato irrimediabilmente quella zona e la vista delle colline adiacenti. Ma non meno grave è lo strano connubio fra PAT di Marano, finalmente a zero lottizzazione, e la probabile sparizione della bellissima Marezzane. Come dire: se tutelo da una parte, scasso però dall’altra… E in nome di che cosa? Di quali interessi? Ancora: il Comune di San Pietro in Cariano come giocherà la carta dell’ex-Lonardi? Riuscirà a trasformare il cemento in campi da coltivare dando così un segnale nuovo che possa far sperare in una Valpolicella con un futuro diverso? E il Comune di Pescantina? Quanto continuerà ancora la distruzione sistematica del paesaggio in quella terra infestata dalle discariche, da lottizzazioni selvagge e dai futuri 60.000 mq. (e relativi 72.000 mc. di cemento) per un ‘acquardens’?
Valpolicella e turismo, un binomio difficile da tenere in piedi con la cementificazione selvaggia degli ultimi anni...
Le potenzialità estetiche della Valpolicella non sono più quelle degli inizi degli anni Cinquanta. Non si tratta di essere pessimisti o disfattisti. Si tratta forse (per chi ne ha coraggio) di essere più semplicemente onesti con se stessi e con gli altri. La rovina estetica della Valpolicella è sotto gli occhi di tutti ma molti preferiscono non vedere, forse non sono neppure in grado di vedere, forse hanno paura di vedere, forse pensano a un destino funesto, forse credono di sbagliarsi o di essere afflitti da qualche incubo: perché vedere può far male, come fa male respirare l’aria inquinata delle nostre strade. Come si può pensare allora di promuovere il turismo in Valpolicella se si fa esattamente il contrario e invece della tutela, del rispetto di questa terra, non si vede l’ora di svenderla alle imprese edilizie, agli immobiliaristi, agli affaristi degli inceneritori, delle discariche, dei centri commerciali e di futuri strozzini del divertimento di massa? Pensi al comportamento delle attuali amministrazioni in carica: secondo la tattica greenwashing i politici locali dicono di farsi paladini della difesa del paesaggio e del territorio, rispettando la sua vocazione al vino e ai prodotti della terra. Ma poi, a leggere bene i documenti amministrativi con cui si gestisce laquantità dei metri cubi di cemento, a dominare sono sempre gli interessi di soggetti economici forti: sono loro che dettano come effettivamente gestire il territorio. Così, succede sempre che si scambi l’interesse particolare per l’interesse collettivo, ma il paesaggio/ambiente/territorio non sono forse di tutti? Com’è possibile che si debba ridurli sempre a interesse di qualcuno? Per contro, l’interesse collettivo non è forse la possibilità di vivere in un ambiente/territorio/paesaggio non strangolato da una gestione economicistica votata sempre più al depauperamento irreversibile delle risorse naturali ed umane? Il paesaggio come bene comune, come bene condiviso, come scrittura fra generazioni presenti, passate e future è per molti (e quanti sono questi molti!) solo chiacchiera. Pensare di ‘vendere’ l’immagine ormai a coriandoli sempre più piccoli della bellezza scampata in Valpolicella agli assalti dell’arroganza economica, non è solo disonesto (sappiamo bene quanta onesta c’è nella pubblicità turistica dei luoghi martoriati d’Italia…), ma è anche indice di una scarsa propensione a fare storicamente i conti con quanto di drammatico è avvenuto nelle valli della Valpolicella. Eppure è solamente facendo i conti con questa storia che si potrà pensare a che cosa vuol dire effettivamente ‘turismo’ in Valpolicella.
In estrema sintesi potremmo dire che tanti amministratori non amano e non conoscono il proprio territorio. Non hanno idea di quello che era, di quello che è e di quello che sarà?
Si può amare qualcuno e violentarlo? Ci si può prendere cura di qualcuno ferendolo continuamente? Posso amare un volto che continuo a sfigurare? Il paesaggio italiano non è stato forse per secoli un’opera d’arte a cielo aperto? Fa giustamente scandalo quando si deturpa la fontana del Bernini, ma quando si deturpano le colline, le coste o i paesi perché non si grida allo scandalo? (Pensi solo, per rimanere nelle nostre zone, a come sono avvenute le ristrutturazioni delle case in pietra di San Giorgio di Valpolicella, a come è stato in tempi relativamente recenti negrarizzato Cavalo o la zona che circonda la bellissima pieve di San Floriano, già massacrata agli inizi degli anni ‘60 dalla vicinissima costruzione della strada provinciale). Allora perché non ci si indigna? In Valpolicella, dal secondo dopo guerra in poi, le amministrazioni che si sono via via succedute mettendo a ferro e fuoco il paesaggio hanno avuto come unico problema di fondo il mantenimento del consenso elettorale e delle posizioni di potere che tale consenso permetteva e permette. I piani urbanistici e infrastrutturali, le maxi-lottizzazioni, gli interventi per il cosiddetto ‘sviluppo’ industriale e artigianale della Valpolicella sono figli di una stessa matrice: l’incapacità (furbescamente perseguita) di saper leggere il paesaggio, la sua storia, i suoi ritmi, la sua arte, il suo connubio con l’uomo, la sua bellezza. Ma a questa incapacità si associa quella piaga ancora più inquietante che è la monetarizzazione a tutti i costi e in tutti i modi del paesaggio con la sua svendita a soggetti avidi di denaro privi di scrupoli e di amore per il bene comune.
Qualcuno parla degli ecologisti come dei moderni conservatori, écololo li chiama, o ecologisti chic? Secondo lei esiste questo rischio? L’ecologia non potrebbe mascherare la paura del cambiamento o la nostalgia del passato?
L’ecologia ha molte anime e molte pratiche. L’uomo è strutturalmente integrato all’ambiente (fisico, sociale, economico, culturale, ecc) in cui nasce, vive e muore. Pensi solamente all’atto di respirare: siamo sempre in relazione con l’aria che entra ed esce dai polmoni… L’attacco mosso a coloro che si battono per un ambiente in cui poter vivere senza dover pagare con la propria salute psico-fisica o quella della collettività il costo di una gestione scriteriata delle risorse (gestione abbacinata dall’idea che le risorse siano infinite, infinitamente utilizzabili o sviluppabili a costo zero), muove sempre dal tentativo di legittimare, si badi, nella forma ‘pulita’ del diritto, la violenza che invece è insita in un modello economico spacciato per unico, salvifico e, naturalmente, il migliore. Sappiamo invece, lo insegna sempre di più quel che sta accadendo negli Stati Uniti, come una certa etica del consumo sia uno strumento potentissimo in mano a qualsiasi uomo (pensi ad es. per tornare in Valpolicella, che cosa succederebbe alle casse di Tanzi Petroli S.r.L. se gli abitanti della vallata di Negrar, dove vivo, decidessero in massa di non rifornirsi più di benzina alla pompa di San Vito come protesta nei confronti dello scempio estetico che la costruzione di quellapompa ha determinato?). All’accusa di passatismo rispondo: cosa vogliamo lasciare alle prossime generazioni? Solo rovine?
Sta scrivendo un nuovo libro?
Dopo il libro denuncia sulla “Negrarizzazione” ho ripreso lo studio e la riflessione sul filosofo francese Michel Foucault. Spero che il frutto di questo lavoro possa uscire nel gennaio del prossimo anno. Il tema riguarda l’estetica dell’esistenza e, a partire dai movimenti di liberazione omosessuale nati negli Stati Uniti a ridosso degli anni ‘70-‘80, l’ascesi gay come possibile stile di esistenza. L’altro cantiere di scrittura, aperto con “Negrarizzazione”, tema di ricerca che avevo già anticipato alla Tenuta Pule durante la presentazione del libro nel giugno del 2010, riguarda invece le modalità di ‘resistenza’ che possiamo praticare nei confronti della rovina e dello scempio estetico del paesaggio. Possono sembrare due lavori molto lontani fra loro, entrambi sono però legati a esperienze di scrittura che toccano la possibilità di considerare l’esperienza estetica non tanto come ‘gita della domenica’ ma come potenzialità di relazione individuale e collettiva.
© Gabriele Fedrigo

1 commenti:

  1. Credo che l'analisi di Fedrigo, pur senza lasciare alcuna speranza di una via d'uscita, e per questo angosciante, sia terribilmente lucida. Aggiungo alla sua denuncia per la rovina estetica della Valpolicella anche una grave mancanza di visione per questo cosiddetto "sviluppo" dove mancano strutture e servizi commisurati all'enorme aumento demografico degli ultimi decenni.

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